07 gennaio 2007
«La
politica si è limitata a un acritico sostegno alla
magistratura»
Tano
Grasso: «Sciascia aveva ragione»
Il
leader antiracket: «Segnalava rischi reali, anche se
su Borsellino sbagliò. C'è stato un eccesso di retorica e di cerimonia»
ROMA — «Io che sono un
professionista dell'antimafia, e non me ne vergogno, vi dico
che vent'anni fa Leonardo Sciascia
aveva ragione. Ma come non bisognava strumentalizzarlo
allora, bisogna evitare di farlo oggi». Nel gennaio del 1987, quando il maestro
di Racalmuto pubblicò sul Corriere della sera il
famoso articolo che scatenò tante polemiche, Tano Grasso
studiava filosofia a Firenze, ma portava la sua Sicilia nel cuore. E cinque
anni dopo, nel 1992, sedeva accanto a Paolo Borsellino nell'affollatissima
manifestazione in cui il giudice disse che Giovanni
Falcone cominciò a morire con quell'articolo. L'anno
precedente aveva fondato la prima associazione antiracket a Capo d'Orlando: da
allora vive sotto scorta. Oggi rappresenta l'anima dei movimenti contro
l'estorsione e l'usura, lavora con le giunte di centro-sinistra a Napoli e a
Roma, è sempre in giro per l'Italia tra convegni e manifestazioni.
Un professionista
dell'antimafia, appunto, categoria invisa a Sciascia.
Perché lo scrittore aveva ragione, allora?
«Perché segnalava dei rischi reali. E se nel 1987 ci si fosse confrontati seriamente con i suoi ragionamenti,
anche per criticarne alcuni aspetti, anziché demonizzarli si sarebbero potuti
evitare alcuni errori che a metà degli anni Novanta hanno messo in crisi gli
stessi movimenti antimafia».
Per esempio?
«L'eccesso di retorica e di cerimonie. Non c'è dubbio che dopo le stragi del '92 la protesta e l'indignazione popolare ebbero un ruolo
fondamentale: per la prima volta la mafia divenne questione nazionale. Ma quando l'emozione resta l'elemento permanente e unico,
senza trasformarsi in strategia, allora assume un ruolo negativo. Sciascia indicava la vera alternativa: la trasformazione
delle coscienze; quella che porta, ad esempio, il commerciante a denunciare il
pizzo. Invece nessuno si presentava, mentre le manifestazioni erano
affollatissime e diventavano l'alibi per acquietare le coscienze, denunciato
proprio dallo scrittore».
Altri errori che si potevano
evitare?
«L'assenza della politica, che non è stata capace di costruire un progetto
autonomo in tema di antimafia, limitandosi ad un
acritico sostegno all'azione giudiziaria. Anche questo si ritrova nel monito di
Sciascia, insieme all'appello al rispetto delle
regole, altro passaggio fondamentale: combattere la mafia attraverso il diritto
anziché coi suoi stessi mezzi come fece il prefetto
Mori durante il fascismo. Solo così si può spostare il consenso e provare a
ribaltare la situazione. Non a caso lo scrittore parlò del maxi-processo come
un dato di speranza, perché per la prima volta si colpiva la mafia attraverso
il diritto».
Poi però criticò la nomina di Borsellino, che quel processo aveva
istruito, a procuratore di Marsala. Provocando grande amarezza
nello stesso magistrato.
«Prendere a esempio quel caso, come quello del sindaco
Orlando, fu un errore. Col quale però bisognava confrontarsi e al limite
scontrarsi, senza lanciare la assurde accuse di cui Sciascia fu vittima; si combatte la mafia per essere più
liberi, e nel combatterla non si può certo conculcare la libertà del confronto
ideale e culturale».
Quale era lo sbaglio di Sciascia su Borsellino?
«Scegliere un procuratore più giovane ma più preparato fu un'innovazione positiva del Consiglio superiore della magistratura. Tanto
che quando si tornò alle vecchie regole Falcone non venne
nominato a Palermo, con tutte quelle che ne seguì. Ma
ancora una volta, se si fosse ragionato sul monito di Sciascia,
si sarebbe evitato l'errore: lui invocava il rispetto delle regole, bastava
cambiarle alla luce del sole».
Vent'anni dopo, allora, a chi bisogna chiedere scusa? A Sciascia o a Borsellino?
«A nessuno dei due. Ragionare in termini di scuse significa tornare a quella
logica che vent'anni fa provocò polemiche anziché
confronto, mentre è proprio il confronto laico che occorre praticare, in nome
dell'insegnamento di Sciascia che la sinistra ha il
dovere di recuperare: che sia diventato il nume tutelare della destra in
materia di giustizia è un'assurdità, come se D'Annunzio fosse stato
l'ispiratore di Togliatti. La sua idea dell'impegno
autonomo della politica nella lotta alla mafia, separato dall'azione
giudiziaria, è fondamentale».
Perché lei è stato
e resta un professionista dell'antimafia?
«Perché da quando ho messo in moto l'associazionismo antiracket non posso più tirarmi indietro. Io vorrei ricominciare a
studiare, o a vendere scarpe come i miei genitori, ma per la sicurezza mia e
dei miei tanti amici, in Sicilia e fuori, sono costretto a
occuparmi di mafia a tempo pieno. A Napoli, a Gela, a Lametia
Terme non possiamo fermarci, perché non basta una
legge o una campagna ben organizzata per sconfiggere la mafia».
Sogna un Paese libero dalla
mafia e dall'antimafia?
«Questa purtroppo è un'utopia. La mafia è forte e radicata, a Palermo dove non
si spara, come in Calabria e in Campania, senza che ci sia un'adeguata
consapevolezza politica, nemmeno da parte dell'attuale governo. Anche se la
situazione di oggi è certamente migliore di vent'anni fa. Lo dimostra il fatto che
Tano Grasso possa dire certe cose senza essere accusato, spero, di essere un
traditore. È un passo avanti, che abbiamo fatto anche grazie a Leonardo Sciascia».
Giovanni Bianconi