Una storia vera, una biografia sofferta, avvincente come un romanzo, eppure reale. La storia di un pezzo di Sicilia e di un uomo normale, costretto dalla vita ad indossare i panni, non desiderati, dell’eroe.

L’autore, Antonino Miceli, è nato nel dicembre del 1946 a Realmonte, in provincia di Agrigento, ed è morto per lo Stato e per tutta la società il 10 maggio 1996.

Un Nino Miceli morto che è più vivo che mai, con un’altra identità, un’altra vita, un altro lavoro, in un’altra città, circondato da persone che lo stimano per la sua educazione e la sua amabilità e nulla sanno e nulla devono sapere. Ma perché in questa stupida Italia del gossip e delle foto carpite ed ostentate, un imprenditore

onesto, un cittadino semplice, deve sparire, camuffarsi, nascondersi?

La risposta la troviamo proprio nel prologo: per una denuncia, ma una denuncia in un paese civile è solo una denuncia.

Siamo nella Gela degli anni Novanta. In piena guerra di mafia tra Stiddari e Cosa Nostra. Una faida sanguinosa in cui non viene risparmiato nessuno. Una guerra che in pochi anni causerà 120 morti ed oltre 240 tentati

omicidi. Lo Stato è impotente, Roma, come sempre, lontana e travolta dal fango di Tangentopoli. Anche il consiglio comunale di Gela, nel 1992, verrà sciolto per infiltrazioni mafiose. Non sarà il primo, e nemmeno l’ultimo.

Libero Grassi e Gaetano Giordano sono stati uccisi, anche loro imprenditori ed anche loro per una denuncia. Anche la vita di Miceli, che fino a quel momento era corsa via tranquilla e laboriosa, viene travolta. Riceve i primi avvertimenti, gente strana gli gira intorno, lo vuole incontrare un personaggio con il biglietto da visita inequivocabile: ma lei lo sa chi sono io?

Poi cominciano gli incendi, la paura, le minacce, lo sfinimento ed, infine, la guerra personale di Vito Miceli contro la mafia.

Da subito Miceli avverte l’assurdità della situazione, lui, la vittima, che deve quasi vergognarsi di essere un cittadino onesto, senza problemi con la giustizia. La richiesta di denaro ha il sapore della beffa: vorrei che lei comprendesse che esistono necessità a cui bisogna dare risposte, lei sa quale situazione c’è a Gela e si rende conto che questa vedove e questi bambini vanno sostenuti, ci sono porte socchiuse a lutto e bambini che piangono a cui noi dobbiamo dare assistenza, i soldi che lei versa non deve intenderli come pizzo, ma come contributo alla serenità di questi bambini ed aiuto per queste giovani donne vedove.

Perché la mafia non vuole solo denaro, del resto guadagna molto di più dai suoi loschi traffici di droga, armi, materiale nocivo e radioattivo, (introiti in denaro e bilancio in positivo di morti sulla coscienza), ma vuole ridurti da un uomo senza dignità e senza libertà. Senza occhi, naso, bocca e cervello per pensare. Esattamente come sono loro: uomini senza onore e dignità che vivono nel lezzo dei cadaveri e non ne avvertono la putredine.

Questa avventura, scrive Miceli, mi ha insegnato a conoscere meglio me stesso e gli altri esseri umani nei loro peggiori istinti, mi ha consentito di valutare uomini e cose. Quanto profondamente potere e denaro possono incidere sulle relazioni interpersonali. Questa storia mi ha insegnato che da soli è impossibile vivere, ma in compagnia si fa una fatica sovrumana.

Nella splendida prefazione, Tano Grasso, ci riporta al clima di quegli anni.

Le parole sono precise, inequivocabili, significanti, privi di simbolismi e rimandi: il pizzo è il pizzo, la morte è morte, la paura è paura. Ma anche la giustizia, l’amicizia, la verità, la libertà, la solidarietà ed il silenzio.

Libero Grassi era stato ucciso da poco, partecipavo ad un incontro promosso dai giovani di Confindustria diretti da Aldo Fumagalli. Ci trovavamo a Palermo. Interviene il figlio di Libero e dice: con i soldi pagati per il pizzo la mafia ha comprato i proiettili che hanno ucciso mio padre.

Silenzio.

Un giorno ci trovavamo nel mo ufficio, con me Nino Miceli e Massimo Giordano … parla Massimo che, non lo si dimentichi, venne pure ferito alla gamba quella mattina quando la mafia uccise il padre. Poche parole: io non so dire se Nino non ha pagato un prezzo più caro di quello da me stesso pagato con la perdita di mio padre. Silenzio. E rispetto, soprattutto.

Io, il fu Nino Miceli è anche un libro di speranza e che aiuta a resistere. Ci costringe a guardarci allo specchio. La dignità di un uomo non ha prezzo. Così come non lo ha la libertà e la giustizia.

Questo libro, infine, è anche l’occasione, forse l’ultima, di gridare a gran voce: io sono Nino Miceli. La mafia, invece, non è nulla: il vuoto assoluto.

 

Bianca La Rocca