"io sono stanco di sentire dire, come anche in questi giorni è stato detto, che voi siete il nostro futuro, Voi giovani siete il nostro Presente!"

| Don Ciotti|

Intervista a Don Luigi Ciotti, attuale presidente di "Libera"

DON CIOTTI: Buongiorno a tutti. Mi chiamo Luigi Ciotti, sono nato sulle Dolomiti e in seguito sono emigrato a Torino. A 17 anni, insieme ad un gruppo di amici, ho cominciato ad organizzare quello in seguito verrà chiamato "Gruppo Abele". Ho vissuto per tre anni dormendo sui treni di Porta Nuova, con i ragazzi della mia città che erano allo sbando. Da lì sono nate le iniziative riguardanti il mondo della droga, dell'alcolismo, del carcere e della prostituzione, tanto minorile quanto degli adulti. Sono sempre stato convinto che non si debba lavorare da soli e che occorra portare avanti i diversi progetti insieme agli altri. Nel 1982 abbiamo realizzato un coordinamento nazionale fra le comunità che in tutta Italia si occupano di marginalità. Tra l’84 e l’85 – in concomitanza con lo scoppiare dell’AIDS nel nostro paese – abbiamo dato vita alla Lega per la Lotta all'AIDS, di cui sono stato il primo presidente: essa costituisce un servizio che permette di organizzare i vari ambiti di marginalità al fine di combattere la malattia. Dal 1995 presiedo un organismo – costituito da circa 700 gruppi sparsi sul suolo italiano – il cui scopo è quello di combattere la criminalità e la mafia. Una società civile degna di questo nome non si accontenta di aderire alle manifestazioni o di tenere viva la memoria di certi avvenimenti: essa deve anche agire concretamente all'interno del proprio paese e della propria città. Da Corleone ad Aosta, da Locri a Trieste, il problema della legalità coinvolge tutti i cittadini. Sono convinto che i giovani costituiscano un’enorme risorsa e che la stragrande maggioranza dei ragazzi abbia una gran voglia sia di guardarsi dentro, sia di impegnarsi nel sociale. Nonostante a volte manchino i riferimenti, gli stimoli e le opportunità, penso che la tendenza sia essenzialmente positiva. Questa trasmissione mi dà l’occasione per farvi conoscere la mia piccola esperienza senza avere nessuna pretesa di insegnarvi qualcosa: tutte le iniziative che ho portato avanti sono state prese insieme a tante altre persone. D’altra parte, i giovani mi hanno sempre stimolato a tenere i piedi per terra e ad agire in concreto in mezzo ai problemi della gente. Vediamo il filmato.

Ogni epoca ha i suoi luoghi comuni, e la nostra ce ne ripropone uno da quasi vent'anni, quasi fosse un disco rotto: i giovani d'oggi sono dei menefreghisti che pensano al motorino, al telefonino, al calcio, ai vestiti e - se va bene - alla scuola, ma che rifiutano qualsiasi impegno pubblico. Varrebbe la pena di replicare che lo stesso vale per gli adulti e che anche questi ultimi non sono più quelli di una volta. Ma sarebbe una polemica sterile, perché ogni luogo comune è una generalizzazione, sebbene abbia un fondo di verità. Più che altro bisognerebbe indagare i motivi di tale disinteresse, magari partendo da chi non rifiuta affatto l'impegno sociale. Esistono, infatti, due mondi molto diversi tra di loro che si ostinano a coltivare questa passione: l'associazionismo cattolico e i centri sociali. I primi continuano a svolgere un enorme lavoro di volontariato, aiutando i poveri, gli anziani e i malati. I secondi, invece, spaziano dalla solidarietà ai popoli oppressi, alla lotta contro il razzismo e al tentativo di creare nuovi spazi per i giovani nelle grandi città tramite l’occupazione di stabili abbandonati. Gli uni e gli altri sono mossi da motivazioni molto forti: da una lato la fede e il codice di valori che propone la Chiesa, dall'altra la critica radicale ai poteri dominanti. Forse è proprio in tale atteggiamento che sta la chiave del rifiuto dei più, perché impegnarsi in una qualunque attività pubblica è faticoso, e per farlo serve una forte spinta ideale, quel progetto che è venuto a mancare con la fine delle grandi ideologie e che, a partire dagli anni Ottanta, è stato sostituito dal martellante: "Studiate, lavorate, arricchitevi e, soprattutto, fatevi i fatti vostri".

STUDENTE: Lei concorda con la spinta all’arricchimento tipica di questi ultimi tempi, oppure pensa che si dovrebbe fare qualcosa di più, tanto in ambito religioso quanto in ambito laico?

DON CIOTTI: Preferirei che ci dessimo del tu, perché non vorrei correre il rischio di parlare con due linguaggi diversi. Indubbiamente, accanto all’associazionismo religioso, vi è un solido associazionismo laico che opera tenendo conto di altri punti di riferimento e che rappresenta un’immensa testimonianza d’impegno. Io stesso posso offrire il mio piccolo contributo grazie all’opera di centinaia di gruppi giovanili italiani, sia cattolici che di altre aree. Uno dei più grandi valori cui possiamo riferirci, infatti, è il lavoro in comune, il tentativo di costruire qualcosa insieme agli altri. In proposito ho sempre paura delle semplificazioni, perché molta gente non è interessata a discorsi di questo tipo e preferisce pensare ai propri problemi abbandonandosi alla più completa passività. D’altra parte, però, appena si tenta di entrare in tali associazioni si possono trovare moltissimi amici. Nonostante spesso si corra il rischio che i mezzi d’informazione evidenzino solo i fatti negativi, nella nostra società i giovani riescono a portare avanti numerose iniziative positive, distinguendosi per il loro impegno.

STUDENTE: Quali sono le motivazioni che L’hanno spinta ad operare questa scelta di vita? In che modo i giovani si pongono di fronte all'impegno sociale?

DON CIOTTI: Penso che in proposito ognuno possa raccontare la sua esperienza e che l’opinione di un adulto corra il rischio di rimanere troppo ancorata al passato: restare legati alle proprie esperienze e leggere le iniziative altrui solo in base a quelle, costituisce infatti uno degli atteggiamenti più pericolosi a cui si può andare incontro. In realtà, il mondo cambia: i problemi che emergono all’interno della società sono sempre diversi e, di volta in volta, nascono nuovi tipi di povertà. Un impegno cui tutti sono chiamati a dare il loro contributo riguarda proprio la lettura di tali cambiamenti e delle trasformazioni in atto. Ricordo che a 17 anni mi accadde un episodio. All’epoca mi stavo per diplomare in Telefonia e Telegrafia e frequentavo l'Oratorio della mia Parrocchia, come tanti altri ragazzi. Spesso - prendendo il tram per andare a scuola - rimanevo colpito da un uomo che, seduto su una panchina e con indosso tre cappotti, leggeva un libro in completa solitudine, sottolineandone le pagine con una matita metà rossa e metà blu. Ero rimasto impressionato da quest’uomo perché egli, nonostante la sua solitudine e la sua sofferenza, aveva ancora voglia di studiare e di documentarsi. Un bel giorno scesi dal tram e gli chiesi se volesse un caffè; non ottenendo nessuna risposta, mi feci coraggio e gli domandai se per caso non preferisse un tè: ancora una volta non mi disse nulla. Questa storia andò avanti per una decina di giorni: io non intendevo demordere, perché quella persona mi aveva molto impressionato. Alla fine scoprii la sua storia: egli era un chirurgo che un sabato sera – durante il quale doveva restare a casa in modo che l’ospedale potesse reperirlo in qualsiasi momento - era venuto meno alle sue responsabilità ubriacandosi. Quando all'una di notte fu chiamato per un'urgenza, arrivò in sala operatoria completamente sbronzo e la donna che operò – la moglie di un suo amico, madre di tre figli – morì sotto i ferri. Da quel momento egli fu perseguitato dal senso di colpa e, per punirsi, si lasciò andare e si unì al popolo dei senza dimora. A questa persona travagliata devo il cambiamento della mia vita. In seguito entrammo in confidenza e un giorno, indicandomi dei ragazzi davanti a un bar, mi confidò che si drogavano. All’epoca in Italia ancora non esisteva la droga come oggi la conosciamo: quei ragazzi assumevano delle anfetamine bevendoci sopra e questo era il loro modo di drogarsi. Il mio amico mi disse di essere stanco e malato e che di quei ragazzi mi sarei dovuto occupare io. Quattro mesi dopo la sua morte – quando avevo appena 17 anni –cominciai a prendere sul serio questo impegno e, coinvolgendo i miei compagni, iniziai a frequentare quel bar in senso propositivo: tre anni dopo nacque il Gruppo Abele. Esso è oggi diviso in diverse attività, svolte sia da giovani credenti, sia da ragazzi non credenti. Ognuno porta un differente riferimento e dei differenti contenuti, ma tutti operano con passione e possiedono una forte coscienza civile.

STUDENTESSA: Secondo Lei per quale motivo quando si parla del mondo giovanile – soprattutto nell’ambito dei mass media - emergono esclusivamente i suoi aspetti negativi?

DON CIOTTI: Al giorno d’oggi è molto facile parlare del cosiddetto "disagio giovanile": i giovani e la droga, i giovani e la devianza e così via. Una ricerca svolta dal Gruppo Abele ha invece dimostrato che la vera realtà disagiata è quella degli adulti: questo risultato è frutto del lavoro che abbiamo svolto in 44 città italiane, grandi e piccole. Com’è ovvio, nel corso di tale studio il termine "disagio" non ha compreso esclusivamente quei fenomeni "forti" come la droga o l'alcolismo, ma anche i momenti di fatica e di arresto che normalmente fanno parte della vita di una persona e che sotto alcuni aspetti ne determinano la crescita. Per quanto riguarda il mondo degli adulti, tale disorientamento risulta preponderante: i veri disagiati sono proprio coloro che appiccicano frettolosamente delle etichette negative sui giovani e che svolgono un ruolo preponderante nella loro assunzione di responsabilità. Naturalmente, anche i ragazzi incontrano numerose difficoltà all’interno della loro esistenza, con la differenza che esse fanno parte del naturale processo di crescita. Bisogna fare in modo che queste normali forme di disagio non degenerino in sofferenze e in forme di esclusione: i giovani devono essere ascoltati perché non costituiscono solo un problema, ma soprattutto una grande risorsa. La società degli adulti – in primo luogo - deve rimboccarsi le maniche per creare una reale partecipazione nei confronti del mondo giovanile, per fornirgli le opportunità, i riferimenti e le occasioni con cui esprimere tutte le potenzialità che possiede. Hai ragione quando affermi che del mondo giovanile vengono evidenziati solo gli aspetti negativi: non tutti i ragazzi, infatti, sono dei menefreghisti. A questo punto bisognerebbe indagare sui motivi che spingono certe persone a non guardare la realtà e, quindi, a mantenersi su una posizione superficiale. La mia esperienza, però, mi insegna che le immense risorse del mondo giovanile presentano anche delle zone d’ombra, a volte causate dalla mancanza di opportunità.

STUDENTESSA: In riferimento all’aneddoto che ci ha raccontato poc’anzi, vorrei sottolineare un aspetto della questione che crea non pochi problemi. Quando mi reco al centro di Roma, non posso fare a meno di notare tutte quelle persone che – per un motivo o per l’altro – vivono buttate per terra, a volte coperte solo da un cartone. Non è difficile incontrare delle famiglie che, alla vista di questa gente, ammoniscono i loro bambini a non avvicinarvisi e a non correre il pericolo di avere un contatto con quegli uomini. Sono anche le famiglie, quindi, che pongono le basi per tali episodi di disinteresse sociale. Io stessa noto che, nonostante nel mio piccolo voglia aiutare queste persone, spesso provo un senso di distacco nei loro confronti, forse anche un moto di rifiuto. Lei non crede che tale atteggiamento costituisca una condizione generale della nostra società?

DON CIOTTI: La mia non può che essere una risposta parziale, perché nessuno è munito di una ricetta che possa risolvere ogni problema e perché tutte le mattine mi sveglio in preda ai dubbi. Il mio sogno è che sparisca il volontariato. Esso costituisce sicuramente un qualcosa di molto bello e importante, ma non può rappresentare un’eccezione o la rara virtù di alcuni singoli: tutte le persone dovrebbero impegnarsi in questa attività. Nessuno può considerarsi un vero cittadino se non si guarda attorno e se non comincia a risolvere i piccoli problemi che man mano gli si presentano. E nessuno può considerarsi un vero cristiano se non è solidale. Il cittadino è tale se è volontario: è troppo comodo considerare il volontariato come un’eccezione. Com’è ovvio, sarebbe sempre necessario mantenere delle forme organizzate di solidarietà, in modo da poter affrontare le questioni in maniera più pianificata, ma il vero obiettivo sarebbe quello di lavorare tutti assieme, in modo da migliorare il proprio quartiere, la propria scuola e le condizioni di vita di coloro che ci circondano. Tu alludevi al fatto che il processo di allontanamento è sempre bilaterale: se da una parte vi sono coloro che accusano i senza tetto di contagiare i propri figli e di rovinare l’immagine di una bella città, dall’altra sono gli stessi individui disagiati che, essendo vittime della diffidenza, si rinchiudono sempre più in loro stessi. Quella di dormire sui treni fu una mia scelta e, da questo punto di vista, potevo considerarmi un privilegiato. Ho vissuto per tre anni con i ragazzi senza fissa dimora e - nonostante sia convinto della necessità della legalità e, quindi, non giustifichi la violenza – mi ricordo che a volte la fame, il freddo e la fatica mi facevano salire una rabbia incontenibile nei confronti di coloro che ci etichettavano e che operavano delle semplificazioni sui ragazzini della mia età con cui vivevo. A volte sono stato tentato di reagire con forza nei confronti di tali generalizzazioni. Sebbene molti senza tetto abbiano fatto delle scelte che li hanno portati a vivere in quel modo, altri nutrono il profondo desiderio di risorgere e di avere delle prospettive differenti. Sono convinto che sul tema si debba fare una un’ampia battaglia culturale che fornisca una corretta informazione e che offra alla gente i giusti stimoli. L’ignoranza nei confronti dell’AIDS, della tossicodipendenza, del carcere e dell’immigrazione e molto ampia e profonda. Anche se molti interventi sono di pertinenza dello Stato, tanti piccoli problemi possono essere risolti dai cittadini e dalla loro coscienza sociale.

STUDENTE: Nonostante molte persone vogliano sinceramente aiutare gli altri, il loro desiderio viene spesso frenato dalla stessa società. Ciò avviene perché quest’ultima ci ha sempre insegnato a non fidarci degli altri e a saper calcolare le loro mosse. In questo senso, aiutare una persona potrebbe voler dire non pensare a sé stessi e, dunque, risultare più vulnerabili. Penso che la diffidenza della gente risieda proprio in tale modo di pensare. Questo dibattito, però, doveva essere incentrato sul disagio giovanile, mentre adesso stiamo parlando delle persone meno fortunate di noi. A questo punto viene spontaneo chiedersi cosa sia e dove stia realmente il famigerato disagio giovanile.

DON CIOTTI: Si sta discutendo di impegno sociale - o anche del rifiuto di tale impegno - proprio per sfatare quell'immagine che vede nei giovani solo superficialità e disinteresse, il che non è assolutamente vero. Sebbene esistano alcuni ragazzi che vivono nel vuoto - in una condizione di non conoscenza e di passività – molti altri si impegnano sinceramente. A me pare che tu appartenga alla seconda schiera e che ti chieda come fare qualcosa per gli altri. Il problema sta proprio nel fatto che non tutti siamo chiamati a fare tutto. Ognuno ha il suo differente modo di agire e di pensare e vi possono essere delle persone poco adatte ad affrontare problemi come la droga o l’alcolismo, il più delle volte a causa della loro fragilità. Non di rado si può venire travolti da situazioni nelle quali siamo rimasti condizionati. Quando un genitore si preoccupa per i propri figli - sebbene possa esagerare– spesso avviene perché egli scorge in loro una qualche fragilità: se non si opera insieme agli altri si corre il rischio di essere sconvolti da certi fatti. Chi non si impegna su certi fronti non può essere automaticamente tacciato di asocialità o insensibilità: alcune persone possono essere più brave nell’accudire i malati, altri nell’animazione del quartiere, altri ancora nell’attività all’interno della propria polisportiva e via discorrendo. Sebbene occorra conoscere i problemi e agire in profondità, ognuno di noi può esprimersi a modo suo: ogni singolo contributo fa parte di un progetto molto più ampio. Bisogna non solo dare una mano a chi ne ha bisogno, ma anche "stanare" chi è nella passività e nella superficialità, al fine di valorizzare le sue passioni e portarlo a collaborare insieme agli altri. Ovviamente, gli adulti devono lasciare spazio ai giovani: quando cominciai ad occuparmi dei senza tetto, alcune persone mi chiusero la porta in faccia perché mi stimarono incapace di dare una mano ai ragazzi con cui stavo insieme. Bisogna prestare molta attenzione ai progetti portati avanti dai giovani, perché spesso non vengono fornite loro le condizioni per elaborare e mettere in atto le proprie idee: i progetti che ieri portai avanti in certo modo, oggi potrebbe essere organizzati differentemente.

STUDENTE: La superficialità di cui Lei sta parlando, però, appartiene più al mondo degli adulti che a quello dei giovani. Nonostante un giovane possa essere più sensibile di un adulto, spesso può trovarsi nella Sua situazione e incontrare delle persone che gli sbattono la porta in faccia. La cosiddetta superficialità giovanile potrebbe anche derivare dalla constatazione che molti grossi problemi – come la droga e la criminalità – non sono risolvibili, né nel proprio quartiere, né – tantomeno – nel proprio paese.

DON CIOTTI: Non credo che quest’ultima affermazione corrisponda a verità. La tua preoccupazione è fondamentalmente giusta e anch’io mi sono spesso scoraggiato di fronte a certi problemi. Ciononostante, attorno a noi abbiamo degli esempi di trasformazione e di cambiamento che testimoniano del contrario. Due anni fa – in concomitanza con la nascita dell’associazione contro mafia e criminalità di cui sono l’attuale presidente – mi chiesero di recarmi a Corleone, il paese di Riina, di Bagarella e di Liggio. Nonostante questo luogo sia conosciuto come il paese di Cosa Nostra, esso è pieno di gente eccezionale e di giovani che sono stanchi di venire etichettati come mafiosi: la mia visita fu voluta proprio da loro. Insieme raccogliemmo le firme in favore della legge per la confisca dei beni ai mafiosi. Si tratta di denaro guadagnato attraverso la violenza e la morte: deve assolutamente essere restituito alla collettività. Appena arrivati a Coleone – nel 1995 – i carabinieri ci fermarono comunicandoci che l’incontro nella scuola non poteva aver luogo perché Cosa Nostra non gradiva che nel paese si parlasse di confisca di beni e di cambiamento nella società civile. A quel punto, non volendo mettere in pericolo la vita degli altri – chiesi agli uomini della polizia che mi accompagnavano di poter recarmi dal Sindaco e da Fra’ Paolo, un religioso di mia conoscenza. Arrivai dal Sindaco in stato di totale abbattimento, completamente amareggiato dalle minacce che avevano impedito l’incontro, e, mentre ero lì, nella stanza entrarono tre ragazzi di circa 15-16 anni, i quali mi dissero che non avevano assolutamente paura e mi chiesero di tornare nella loro scuola: avrebbero organizzato tutto loro. Il clima si era fatto parecchio pesante: si trattava di problemi molto seri. Due mesi dopo tornai a Corleone e in piazza trovai i settemila giovani dell'Istituto Scolastico: sebbene le minacce, le paure, le tensioni e il clima difficile sembrassero problemi insormontabili, quei tre ragazzi erano riusciti a trovare il coraggio di andare a parlare con il Prefetto di Palermo per smuovere la situazione. Anche alcuni adulti si erano messi in discussione e avevano cominciato a darsi da fare per costruire insieme una situazione migliore. Se oggi la Scuola di agraria di Corleone è collocata all’interno della villa confiscata ad un boss mafioso, lo si deve a tre ragazzi. Nessuno si è mai preso la briga di informare l’opinione pubblica di questo evento, ma ciò che tre giovani della vostra età mi hanno insegnato è che con la volontà si può ottenere tutto. Ovviamente non si tratta di un’operazione facile, ma se riusciamo a metterci maggiormente in gioco e a essere più attenti ed informati, allora potremo allargare la schiera delle persone che riescono a cambiare qualcosa.

STUDENTE: La nostra è una società sviluppata e progredita, nonché dotata di un certo grado culturale. Questa condizione dovrebbe permetterci di non avere pregiudizi nei confronti di chi si impegna nel sociale. Perché continuiamo a vedere queste persone come delle mosche bianche? Quali sono i limiti del nostro Stato nei confronti di tale necessità? Nonostante Lei sostenga che sarebbe meglio che non esistesse, io credo che il volontariato sia un mezzo che serve tanto ai giovani, quanto agli adulti per rendersi realmente conto delle problematiche nelle quali si vive.

DON CIOTTI: Probabilmente non mi sono spiegato bene. La mia era semplicemente di un’affermazione provocatoria con la quale intendevo sostenere che tutti i cittadini e tutti i cristiani possono realmente definirsi tali solo se sono dei "volontari". La solidarietà e l’attenzione nei confronti degli altri non sono delle virtù eccezionali che appartengono ad un pugno di individui, ma sono delle risorse cui tutti devono accedere.

STUDENTE: Dunque Lei pensa che il limite del nostro Stato stia proprio nel considerare il volontariato come una virtù di "pochi eletti"?

DON CIOTTI: Bisogna fare parecchia attenzione. Non amo molto il termine "solidarietà" e preferirei mutarlo in "reciprocità: quest’ultima parola, infatti, implica un agire concreto e spontaneo all’interno della società, senza la necessità di decreti ministeriali o di leggi parlamentari. Naturalmente anche lo Stato deve fare la propria parte, in modo da porre le basi per la giustizia sociale attraverso la scuola, l’occupazione, il diritto alla casa, la sanità e la creazione di spazi per i giovani. La spinta verso gli altri è un qualcosa che proviene dal nostro interno e che ci invoglia a metterci in gioco. La mia piccola esperienza mi insegna che i giovani non hanno bisogno di grandi proclami: ciò che veramente manca – lo dico a me stesso come a tutti gli adulti – è quella che io definisco una "grammatica della vita", l’esempio di adulti coerenti e credibili che si rimboccano le maniche costruendo fatti. Tale constatazione deve essere uno stimolo per noi adulti, perché è solo in questo modo che possiamo chiedere ai giovani di seguirci in determinate imprese.

STUDENTE: Siccome ciò non avviene, il problema viene risolto criticando i giovani e accusandoli di disinteresse e superficialità.

DON CIOTTI: Siamo qui proprio per affermare il contrario. Non dobbiamo però dimenticare che bisogna far valere il nostro impegno con le unghie e con i denti, altrimenti la tua affermazione rischia di divenire un semplice alibi. Ognuno di noi deve mettersi in gioco tramite piccole cose, tanto in famiglia, quanto nella scuola a e nel quartiere. Mi permetto di leggervi uno stralcio di una lettera che mi è arrivata a Natale: ad essa è legato il significato della borsa che ho portato in studio, un oggetto che per me ha un grande valore.

E' Natale. Sarà forse banale, ma mi viene voglia di farti un regalo. Sono un po' timida con te, non solo con te, ma per me è un modo per ringraziarti per le braccia e il cuore che mi hai aperto. Ma che regalo farti? Non credo che tu sia molto interessato agli oggetti e allora ti passo la borsa che era di Mauro: non è casuale, è proprio ciò che provo. E' la borsa che aveva quando l'hanno ucciso, era piena dei suoi ultimi giornali. Pensa che c'era un supplemento di una rivista che si chiamava Mani Pulite di Platone. Era piena dei suoi documenti, delle sue cose. Non è particolarmente bella, ma è per me il simbolo del suo impegno. Là dentro ci saranno state delle carte, in quei mesi che forse ci potrebbero dire perché l'hanno ammazzato, anche se noi lo sappiamo, in cuor nostro, anche senza prove. Ti abbraccio forte, ti ringrazio ancora. Buon Natale.

Si tratta della borsa che Mauro Rostagno aveva nella sua auto il giorno in cui è stato ucciso. Mauro era stato uno degli animatori di Lotta Continua e, in seguito, aveva girato il mondo alla ricerca di una dimensione più spirituale, sostando anche in India. Si era impegnato nell’accogliere i giovani in difficoltà con un’enorme passione. Nonostante la solidarietà non basti, non bisogna dimenticare che essa è sempre il prolungamento della giustizia. Non è sufficiente aiutare una persona, bisogna anche capire i problemi che l’hanno portata a operare una determinata scelta: accanto alle sue responsabilità cene sono delle altre che non le appartengono. Rostagno non venne mai meno a questo principio: dal trapanese - dove viveva in comunità – si schierò contro le ingiustizie, le aberrazioni, la criminalità, la mafia e il traffico della droga presenti in quel territorio. Forse lo hanno ucciso proprio per questo motivo. La sua compagna mi ha voluto regalare la borsa che aveva nel momento in cui è stato ammazzato: essa assume per me un grande significato, perché mi consente di non dimenticare. Nessuno ha bisogno di martiri e di eroi: l’orizzonte a cui ci dobbiamo riferire è quello della normalità e della quotidianità, sebbene gli esempi di uomini e donne che hanno dedicato la loro vita all’impegno abbiano una grande importanza.

STUDENTE: Perché mi dovrei impegnare nella lotta alla mafia e alla criminalità se alla fine rischio di rimanere ucciso?

DON CIOTTI: L’esempio che vi ho portato non vi deve confondere perché, come ho già detto, l’ambito nel quale bisogna agire è quello della quotidianità. D’altra parte, se ci sentiamo sconfitti o amareggiati da certe vicende e non facciamo nulla per risollevarci, non compiremo alcun passo in avanti. Occorre impegnarsi per "rianimare" la nostra società intrecciando relazioni e rapporti, nonché dedicando agli altri delle minime attenzioni. Quelli che tra di voi operano nel proprio quartiere tramite piccole iniziative, hanno lo stesso valore di coloro che si impegneranno nei servizi civili. Ciò che veramente conta è che tutti prendano coscienza di quello che avviene attorno a noi, senza operare mai dei giudizi frettolosi sugli individui. Questo vuol dire essere cittadini ed avere una coscienza sociale. Se ognuno di noi si convincesse che non è possibile cambiare lo stato delle cose, ogni azione ne risulterebbe impedita. Se a Corleone è oggi possibile organizzare delle manifestazioni o un concerto di Lucio Dalla – come è avvenuto di recente – lo si deve a quei tre quindicenni di cui vi ho parlato: essi sono stati capaci di scatenare un clima straordinariamente positivo nel loro paese e costituiscono un esempio per tutti. Noi adulti dobbiamo metterci in gioco per creare le condizioni affinché voi giovani possiate esprimere le vostre risorse e le vostre capacità. Il disagio giovanile fa parte del normale processo di crescita e i ragazzi nel complesso costituiscono un’immensa risorsa.

STUDENTESSA: Personalmente concordo con tutto ciò che ha detto. C’è un particolare che comunque vorrei sottolineare: Lei ha affermato che molte persone non si interessano agli altri perché sono prese dal loro mondo e dalla propria individualità. A questo punto sorge spontaneo chiedersi com’è possibile che un individuo sia capace di aiutarne un altro se risulta soffocato dai suoi problemi. Non crede che prima di pensare agli altri sia necessario dare una mano a se stessi?

DON CIOTTI: Si tratta di una trappola. Se aiuto un’amica in difficoltà, insieme possiamo riuscire a risolvere i nostri problemi. Se, al contrario, mi rintano in me stesso, allora non faccio altro che precludermi ogni possibilità. Anche se il termine "aiutare" non risulta particolarmente gradevole, nondimeno esso fa parte della vita e del processo di crescita di ognuno: esso implica il rimboccarsi le maniche al fine di non permettere che gli altri continuino ad essere schiacciati. Ognuno di noi - io per primo – ha i propri problemi e ognuno deve riuscire a risolverli anche tramite l’aiuto che concede agli altri.

STUDENTESSA: Continuo a non capire come si possano aiutare gli altri se prima non si sono risolti i propri problemi. A volte le difficoltà altrui potrebbero costituire un alibi per non capire qualcosa di sé. In questo caso potrebbe anche trattarsi di ipocrisia.

DON CIOTTI: Sicuramente si tratta di un atteggiamento molto pericoloso: è inutile tentare di superare una propria frustrazione facendo la carità. Com’è ovvio, se una persona non ha raggiunto un suo equilibrio e cerca di riempire un vuoto interiore aiutando gli altri, allora non sta costruendo qualcosa di reale: semplicemente, sta aprendo una parentesi che si chiuderà ben presto e che potrebbe provocare seri danni a sé e agli altri. Alcune volte, però, è possibile che gli individui reagiscano in maniera propositiva ai mali che li hanno colpiti e che comincino sinceramente a darsi da fare per coloro che li circondano. Attraverso la mia precedente risposta intendevo dire proprio questo: ognuno di noi è anche chiamato a superare nel modo giusto i propri problemi in modo da poter meglio aiutare le altre persone.

STUDENTESSA: Qualche tempo fa, durante una trasmissione televisiva, ho avuto modo di vedere due persone che erano state assunte al grado di eroi perché avevano aiutato degli extracomunitari che stavano per affogare. Anche il sacerdote che di recente è stato ucciso a Como è stato trasformato in un eroe. Nonostante sia convinta che queste persone hanno agito in totale buona fede e senza doppi fini, non capisco perché i mass media si ostinino a presentarle come degli eroi. Io non sono particolarmente religiosa, penso comunque che lo scopo ultimo di un prete sia quello di aiutare gli altri e che, quindi, il sacerdote in questione non abbia fatto null’altro che il suo dovere.

DON CIOTTI: La responsabilità non è di Don Renzo che, tra l'altro, sebbene avesse 78 anni, interiormente era giovanissimo. Il suo esempio dimostra come l’età anagrafica risulti superflua: non occorre essere un ragazzo per riuscire a mettersi in gioco. L’elemento che ha creato tutto questo scompiglio è stata la generosità dimostrata da questo umile uomo di Dio. Egli non si è semplicemente limitato a dare una mano alla gente, ma anche tentato di coinvolgere numerose famiglie nel suo progetto di accoglienza. Il fatto che di continuo possano essere creati miti ed eroi è molto tranquillizzante, ma in tal modo si corre il rischio di spettacolarizzare la carità e, dunque, di indurre la gente ad allontanarsene. La presa di coscienza nei confronti delle realtà disagiate che ci circondano ha inizio nella propria scuola e nel proprio quartiere. In tale processo la religione non c’entra nulla: siamo chiamati a farvi parte in quanto uomini, ognuno con il proprio punto di riferimento. Nonostante io abbia dei riferimenti ben precisi, nel gruppo in cui opero sono presenti espressioni culturali diversissime: non bisogna mai restare chiusi nella propria realtà, perché siamo chiamati al confronto e al rispetto degli altri.

STUDENTESSA: In precedenza Lei ha parlato di reciprocità. Molte persone, però, potrebbero intendere questo termine nel modo sbagliato, scambiandolo per un sinonimo di "contraccambio": si devono aiutare le persone perché in seguito si otterrà qualcosa da loro. Non credo che tale atteggiamento sia corretto.

DON CIOTTI: Concordo pienamente: non bisogna aiutare gli altri in vista di un proprio personale tornaconto. Non si deve partire dai problemi della persona che si incontra, ma dai suoi bisogni. Sicuramente occorre anche tenere conto del problema: se mi trovo di fronte ad un individuo che abusa nel bere, non posso fare a meno di considerare questo fatto. Ciononostante, quello che veramente deve calamitare la mia attenzione è proprio il suo "bisogno" di bere. Le necessità di un eroinomane o di colui che si sbatte sulla strada sono uguali alle nostre: riguardano l'affettività, il poter comunicare e l’essere ascoltati, la possibilità di esprimere le proprie risorse e le proprie capacità, l’opportunità di dare un senso alla propria vita. Nel momento in cui ci si mette in gioco gratuitamente, occorre agire sui bisogni della gente, punto e basta. Dobbiamo "tuffarci" nei bisogni degli altri, tanto all’interno delle piccole azioni quotidiane, quanto in realtà più organizzate quali possono essere i servizi civili. Al di là delle scelte di domani e dell'impegno scolastico di oggi, vi suggerisco di guardarvi attorno e di portare un vostro contributo affinché le cose cambino. Se per caso incontrerete qualcuno che vi dirà che è tempo sprecato e che i vostri sforzi non valgono nulla, non demordete: sappiate che ne vale sempre e comunque la pena. Quando raccogliemmo un milione e mezzo di firme a favore della confisca delle proprietà mafiose, non eravamo sicuri di poter ottenere una legge. Questa legge è ora una realtà, e i beni della mafia vengono utilizzati in opere di pubblica utilità. Ciò dimostra che è possibile raggiungere determinati obiettivi, anche i più difficili. Sebbene ci siano persone totalmente disinteressate a tali argomenti, bisogna acquisire la consapevolezza che non riusciremo mai ad incidere il mondo in profondità se continueremo a delegare a qualcun altro questo compito. Dobbiamo allargare la schiera delle persone che agisce sulle piccole cose e che, da esse, riesce ad organizzare qualcosa di più grande: questo è il nostro contributo alla giustizia del paese.

STUDENTE: Durante il dibattito sono entrato nel sito Internet della Sua Associazione. In proposito Le vorrei chiedere un parere sull’utilità del web relativamente al campo in cui Lei lavora.

DON CIOTTI: E’ di grandissima utilità. Io credo molto nella comunicazione: se mi lasciate i vostri indirizzi vi regalo l'abbonamento alle riviste del Gruppo Abele. La nostra associazione pubblica una rivista per insegnati chiamata Animazione sociale, concepita per far conoscere più profondamente i problemi di cui abbiamo trattato oggi. Un’altra pubblicazione riguarda il mensile Narcomafie, un centro di ricerca e di documentazione aperto al mondo della scuola. Internet - e non solo Internet - sono importanti perché le informazioni ci aiutano a crescere e ad essere più attrezzati: tramite esse abbiamo la possibilità di collegarci agli altri.

[Fonte: /www.giovaniemissione.it/]

Per combattere la mafia andiamo a fare la spesa

Aperta a Roma, il primo negozio che vende i prodotti ricavati dai terreni confiscati

E' la "Bottega dei sapori della legalità", il primo negozio in Italia che mette in vendita i prodotti ricavati dai terreni confiscati alla mafia: vino, olio e farina di ceci e tanti altri alimenti biologici. La bottega - che si trova in largo del Foro Traiano 84, proprio di fronte alla colonna, in un locale della Provincia di Roma vende prodotti di ottima qualita'. Buoni anche perche', dentro, c'e' il sudore, la passione ed il coraggio dei ragazzi delle cooperative che hanno detto No alla mafia e che ogni giorno, superando mille difficolta', lavorano la terra e lottano contro le mafie. La rivendita e' stata inaugurata giovedi' 16 novembre , alla vigilia degli stati generali dell' Antimafia, all'interno di Palazzo Valentini alla presenza di Giuseppina La Torre, vedova dell'esponente politico siciliano ucciso dalla mafia nell'aprile del 1982. "La provincia di Roma -ha detto il presidente Gasbarra - e' la prima istituzione all'interno della quale viene ospitata la bottega, che nasce nel cuore della citta', al largo del Foro di Traiano"."In Italia sono 1300 le realta' che abbiamo messo insieme- ha spiegato don Ciotti- che coprono il territorio da nord a sud. Questa bottega, la prima in Italia, rafforza la rete gia' esistente e operante per costruire percorsi di legalita' ".