Osservazioni sull’articolo dell’Espresso

“Antimafia double face”

 

 

A proposito dell’articolo del 15 febbraio 2008 apparso sul n.7 dell’Espresso a firma di Riccardo Bocca, si sottopongono alcune considerazioni. Esse sono state scritte usando la forma impersonale da Tano Grasso, presidente onorario della FAI

(Federazione antiracket italiana).

 

I-Operazione Trasparenza

 

L’articolo si presenta con un programma impegnativo: “Ombre sulla lotta alla criminalità mafiosa” per descrivere, in un certo senso smascherare, un’ “Antimafia double face”.

 

Dopo aver dedicato la pag. 62 e metà della pag. 63 per riportare esempi funzionali al programma dell’articolo, il giornalista affronta il tema dell’antiracket.

Vediamo cosa si dice:

 

Un fatto è certo: mafia e antimafia a volte s’incrociano. Come nell’antiusura, colpita per giunta dal fenomeno delle finte vittime. […] E si somma un’altra questione: la limpidezza delle organizzazioni impegnate contro mafia e pizzo. A un certo punto,per esempio, sono spariti 100 mila euro dalle casse dell’associazione antiracket di Caltanisetta…[…] Un caso limite assicura Lauro: “Le associazioni […] svolgono un

lavoro eccellente. E altrettanto vale per Tano Grasso…”

 

Nel riquadro di p. 65 dal titolo “Operazione trasparenza”, a firma di R.B., si elogia giustamente l’ex-Commissario antiracket Raffaele Lauro (ex perché il giornalista non sa che quando è pubblicato l’articolo il prefetto Lauro si è già dimesso per partecipare alle elezioni politiche nelle liste del partito di Berlusconi) il quale, a proposito delle associazioni e del regolamento varato a fine 2007, dichiara:

 

…vogliamo strutture democratiche e non familistiche…

 

Andiamo con ordine.

Sulla questione delle “finte vittime” la FAI ha sempre mantenuto una posizione intransigente sollecitando sempre la più accurata istruttoria consapevole che un’elargizione sbagliata screditerebbe l’intero strumento di solidarietà. A tal fine i

componenti designati dalla FAI in seno al Comitato (organo collegiale che delibera la concessione dei benefici) hanno, in alcuni casi, contestato le elargizioni e addirittura

presentato esposti al Ministro dell’Interno. Non solo. Questo è stato un terreno di violento scontro politico nel periodo successivo alla cacciata illegittima di Tano Grasso dall’incarico

 

di Commissario antiracket, operata dal governo Berlusconi

nell’ottobre 2001, quando veniva rinfacciato al Commissario “cacciato” di aver elargito pochi fondi.Ancora, a tal proposito in un documento della FAI dell’11 gennaio 2007 si scrive: “Dal 2002 il Fondo di solidarietà non ha lesinato erogazioni

 

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in una irrazionale rincorsa a “chi dava di più” alle vittime e, quindi, “era più vicino”

ad esse, mentre diminuiva costantemente il numero delle denunce” (p.4).

Perché non si chiede alla più rappresentativa tra le associazioni un giudizio?

Soprattutto quando si fa riferimento alla “limpidezza della associazioni”: perché non

si è detto che l’associazione di Caltanissetta non ha mai avuto nulla a che fare con

Tano Grasso né ha mai aderito alla FAI? Nonostante il giudizio lusinghiero su Grasso

espresso dall’ex Commissario, nel contesto dell’articolo, soprattutto per quello che si

dirà dopo (ved. dichiarazione Schifano), si insinua nel lettore il sospetto di una

complessiva degenerazione del sistema delle associazioni coinvolgendo nelle

responsabilità sia la FAI che Grasso.

Sulla trasparenza delle associazioni, già nel primo incontro con i rappresentati del

nuovo governo Prodi (estate 2006), la FAI ha posto, e lo ha ribadito in ogni incontro

successivo, la necessità di modificare le modalità di iscrizione delle associazioni agli

albi delle prefetture in una direzione più restrittiva. Purtroppo solo dopo un anno e

mezzo è giunto il nuovo regolamento che, probabilmente e purtroppo, non avrà

l’auspicata efficacia. Pertanto il nuovo regolamento, con tutti i suoi limiti, è il

risultato di una fortissima pressione esercitata dalla FAI.

 

Perché il giornalista sceglie di far parlare solo Schifano? E’ uno degli ex presidenti

dell’associazione di Capo d’Orlando e, ormai da diversi anni, al di fuori del

movimento antiracket. Vediamo cosa dice:

 

“La verità”, dice Schifano, ex presidente dell’ACIO uscito dall’associazione, “è che

nell’antiracket troppi si sentono intoccabili. Ormai è diventato un mestiere senza

scadenza; un ruolo che dà visibilità e potere”.

 

Perché il giornalista, nella ricerca di verità e di problemi, non ha provato a far parlare

uno delle centinaia di dirigenti di associazioni o di imprenditori che a rischio della

vita si sono recati nelle aule di tribunale a testimoniare? Sarebbe stato facile trovarli.

L’Espresso li conosce bene per essersene occupato. Perché non si è cercato a Palermo

dove è avviato un difficilissimo percorso di liberazione (vedere il Teatro Biondo del

10 novembre 2007)? Oppure a Gela dove oltre ottanta commercianti hanno

denunciato attraverso la locale associazione antiracket? Oppure a Napoli di cui più

volte si è positivamente scritto sull’Espresso?

Il giornalista sceglie un ex appartenente alle associazioni che ha sostenuto una

polemica durissima (sciopero della fame) perché le sue richieste economiche non

erano state interamente accettate quando Grasso, nella qualità di Commissario,

presiedeva l’organo collegiale che deliberava sulle elargizioni.

 

II-Il pentito

 

Ad un certo punto nell’articolo appare un pentito che evoca (sembra una parodia del

famoso film con Orson Welles) il “quarto uomo”. Vediamo cosa si scrive:

 

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Grasso, secondo le carte dei pubblici ministeri, ha frequentato sia Ceraolo che

Gambino e Milio. “Il pentito Giuseppe Cipriano”, scrivono i magistrati, riferisce “di

avere visto in un’occasione, a casa di Luciano Milio, il dottor Giuseppe Gambino e

l’onorevole Tano Grasso”. Non solo: racconta di averli visti “in più occasioni

pranzare assieme presso il ristorante La Tartaruga di Capo d’Orlando”.

 

Il punto in questo passaggio dell’articolo non è la frequentazione di Grasso con

Gambino e Ceraolo (ved. più avanti paragrafo IV), quanto la frequentazione con

l’imprenditore Luciano Milio.

Premesso che, all’epoca dei presunti incontri, nessuno risulta interessato dalle

indagini giudiziarie di Catania, è necessario porre due domande.

La prima: quando sarebbero avvenuti questi incontri, sia a casa di Milio sia alla

Tartaruga? Se non ci si ricorda il giorno e il mese, almeno si dica in quale anno.

La seconda: l’affermazione del pentito è stata riscontrata? Sono stati sentiti i

poliziotti di scorta di Grasso, sono state lette le loro relazioni di servizio? E poi: è

stato chiesto della circostanza al titolare della Tartaruga, ai camerieri, ai dipendenti

del ristorante?

 

Tano Grasso ha avuto con Milio un rapporto di conoscenza e di incontri casuali, a

parte una circostanza su cui si tornerà più avanti. Non può in alcun modo parlarsi di

“frequentazioni” a differenza che con Ceraolo e Gambino: si ha frequentazione

quando si programmano incontri, uscite a cena, appuntamenti per il caffè, gite

insieme, ecc.. Bene: con Milio ciò non c’è mai stato.

Mai Milio è stato incontrato a casa sua da Tano Grasso e tantomeno in compagnia del

procuratore. Mai Tano Grasso ha cenato insieme a Milio alla Tartaruga né in nessun

altro ristorante e tantomeno in compagnia del procuratore. Qualche volta, ormai sono

passati diversi anni, incontrandosi al ristorante di San Gregorio ci si è civilmente

salutati e scambiata qualche battuta.

Gli unici incontri concordati sono avvenuti in coincidenza di episodi criminali ai

danni di Milio.

Il rapporto di Tano Grasso con Milio si è limitato a questo, come chiunque sa: ad

esempio, nelle tre occasioni in cui Grasso si è candidato (politiche del 1992 e del

1994, amministrative del 1994) Milio ha sempre sostenuto altri candidati e altre liste,

sempre avversarie di quelle sostenute da Grasso.

 

Più avanti nell’articolo si aggiunge:

 

la Direzione Distrettuale di Messina ha accusato lo stesso Milio di

favoreggiamento alla latitanza del boss mafioso Cesare Bontempo Scavo…

 

Sarebbe bastato un veloce controllo per scoprire che la FAI (Federazione antiracket

italiana) su sollecitazione di Tano Grasso è costituita parte civile in questo

procedimento anche contro Milio…

 

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III-Il Commissario antiracket

 

Adesso veniamo agli imbrogli delle date. Vediamo cosa si scrive:

 

… mentre Grasso è commissario nazionale antiracket (1999-2001) nella sua squadra

entra proprio Ceraolo, il quale dal 10 aprile 2000 risulta iscritto con Gambino nel

registro degli indagati per “falso ideologico, falso materiale e calunnia con

l’aggravante (…) per aver agevolato l’attività di un’associazione mafiosa”. Tra

l’altro, Galati inizia a parlare di Ceraolo con i giudici il 24 giugno 1999, riferisce

delle false accuse suggeritegli da Ceraolo stesso contro Sindoni il 12 ottobre 2000, in

un’udienza del processo Mare Nostrum, e il 25 ottobre seguente è denunciato da

Ceraolo stesso per calunnia. Dunque è impensabile che durante la permanenza al

commissariato antiracket Grasso, e tantomeno Ceraolo, non ne siano al corrente.

 

Premessa: nel periodo in cui Grasso era Commissario non è mai pervenuta alcuna

comunicazione agli uffici circa i procedimenti penali che riguardavano Ceraolo.

Ulteriore premessa: oggi, all’indomani dell’articolo dell’Espresso, a otto anni

dall’iscrizione nel registro degli indagati, non è stata ancora emessa nessuna sentenza.

Questo vale a proposito del principio di non colpevolezza sancito dalla Carta

Costituzionale che, ovviamente, vale anche per Ceraolo.

Il fatto che Ceraolo risulti iscritto nel registro degli indagati dal 2000 è notizia

coperta dal segreto istruttorio e ad essa non si può accedere nemmeno attraverso l’art.

335 c.p.p., trattandosi di indagini per favoreggiamento aggravato. Né Ceraolo né altri

possono venirne a conoscenza se non violando il segreto investigativo. Il fatto che

Ceraolo abbia denunciato il pentito non significa, né lo potrebbe essere, che Ceraolo è

indagato, ma esattamente il contrario: il pentito è indagato e Ceraolo persona offesa.

Sarebbe interessante chiedere a Ceraolo quando ha avuto notizia d’essere indagato

dalla procura di Catania.

Pertanto la suggestione cronologica insinuata nell’articolo si basa su dati falsi.

 

IV-La fotografia

 

Il giornalista, convinto d’avere tra le mani il pezzo forte, lo spara alla fine

dell’articolo, come nella migliore tradizione barocca per chiudere i fuochi d’artificio

con il grande “botto”: un “botto” di comicità, nel caso di specie. Vediamo cosa si

scrive:

 

Altrettanto delicato, poi, è l’altro capitolo che spunta dal processo di Catania: quello

dell’amicizia tra il giudice Gambino, Grasso e Ceraolo. Un rapporto che stando ai

pubblici ministeri, sarebbe stato usato per intimorire un collaboratore di giustizia.

“Sul tavolo di lavoro in ufficio”, testimonia l’ex pm di Patti Antonio Sangermano,

“(Gambino) teneva esposta un’unica fotografia che (lo) raffigurava (con)

 

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l’onorevole Tano Grasso e il Ceraolo, in occasione della laurea di quest’ultimo”.

Un’immagine innocente, di per sé. Ma Gambino, racconta il pentito Cipriano, gliela

mostra quando lui si appresta ad accusare Ceraolo: “Gesto dall’inequivoco

significato intimidatorio”, scrivono i pubblici ministeri riassumendo il racconto del

pentito. Un modo per ribadire “la cordialità dell’atteggiamento che traspariva tra il

Gambino, l’onorevole Grasso e il Ceraolo”.

 

La fotografia fu fatta in occasione della laurea di Ceraolo, davanti all’Università,

dopo la proclamazione del risultato della discussione. Essa risale al maggio del 1996.

Due osservazioni.

La prima. L’amicizia tra Grasso, Ceraolo e Gambino è un fatto assolutamente

pubblico, ossia noto a chiunque. Grasso conosce Ceraolo da quando quest’ultimo

esercita le funzioni di ispettore al Commissariato della P.S. di Capo d’Orlando,

dirigendo la squadra di polizia giudiziaria con grande successo e risultati significativi,

unanimemente apprezzati. Tale frequentazione, diventata nel tempo amicizia, è

assolutamente normale in un momento in cui si svolgono le note vicende della prima

associazione antiracket d’Italia. Capo d’Orlando è al centro dell’interesse nazionale e

internazionale, il livello di rischio per i commercianti dell’ACIO è particolarmente

elevato: nell’arco di poche settimane si istituisce il Commissariato di P.S. (primavera

1991) e, dopo l’omicidio di Libero Grassi (29 agosto 1991), viene assicurata la

presenza di oltre cento poliziotti a presidio del territorio e, successivamente, dei

militari dei Vespri Siciliani. La frequentazione del presidente dell’ACIO, poi

dirigente nazionale del movimento antiracket, con i responsabili del locale

Commissariato, così come con quelli della Questura, è indispensabile.

Che la frequentazione, successivamente, si estenda anche al nuovo procuratore della

Repubblica è anch’esso un fatto assolutamente normale.

Che ci sia una “cordialità” nei rapporti tra un esponente dell’associazionismo

antiracket, un magistrato, un poliziotto, non solo non può essere mai una colpa (se

non per menti perverse) ma è un punto di forza a dimostrazione di un’intesa tra

soggetti istituzionali e società civile, indispensabile per l’efficacia del contrasto.

Con chi dovrebbe esserci “cordialità” altrimenti? Si ricordi che si parla di episodi

degli anni novanta, durante i quali nessun sospetto, né tantomeno indagine

giudiziaria, coinvolgeva le persone frequentate !

La seconda. Come si può seriamente pensare che l’effige fotografica di un esponente

dell’associazionismo antiracket possa esercitare una funzione di “intimidazione” nei

confronti di un mafioso collaboratore di giustizia? E’ solo una cosa per ridere!

Si consideri inoltre il ruolo esercitato da Tano Grasso dal maggio 1996 (data della

laurea di Ceraolo e, quindi, della fotografia): non è più deputato in conseguenza della

scelta di non ricandidarsi; non svolge alcun incarico istituzionale; di fatto Grasso è

un disoccupato in cerca di lavoro; la FAI non è stata ancora costituita.

 

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V-Teste a difesa

 

Qui, purtroppo, la cosa è seria perché mette in discussione elementari principi di

civiltà giuridica che si voleva acquisiti una volta per tutte. Adesso si colpisce Grasso

perché citato come teste a difesa da Gambino e Ceraolo. Vediamo cosa si scrive:

 

…e se si pensa che Gambino e Ceraolo hanno citato Grasso come teste a difesa,

allora si capisce l’antipatico intreccio in cui si trova il presidente onorario della

federazione nazionale antiracket.

 

A leggere non si crede ai propri occhi. Forse questa è l’affermazione più grave

dell’intero articolo, espressione di una concezione imbarbarita del diritto. Che

significa? Che se si è chiamati a testimoniare in un procedimento come testi

dell’accusa allora tutto va bene, ma se è la difesa a citare come teste ci si trova in “un

antipatico intreccio”?

La testimonianza è un atto dovuto che non è in potere del testimone scegliere di

rendere o non rendere. Il testimone è “neutro”. La testimonianza è funzionale

all’accertamento della verità; essa va salvaguardata e non, come a volte appare in

questo articolo, intimidita preventivamente.

Poniamo caso che un pentito accusi un imputato di aver ucciso una persona; poniamo

caso che un cittadino si sia trovato sul luogo del delitto e abbia trovato il coraggio di

testimoniare; se questo cittadino dirà che a uccidere non è stato l’imputato accusato

dal pentito, come dovrà essere giudicato? Sarà diventato un complice del presunto

assassino o un amico della verità?

Cose da non credere!

 

In conclusione, il tempo dei veleni

 

Adesso è opportuno ricorrere alla prima persona singolare. La prima cosa che mi ha

colpito leggendo l’articolo è perché il giornalista non abbia provato a verificare i fatti

chiamando direttamente me per le cose che mi riguardano o altri miei colleghi per le

associazioni. Gli avremmo spiegato subito quello che ho appena scritto.

 

Da mesi dico ai miei colleghi che dobbiamo aspettarci attacchi, soprattutto adesso

che, per la prima volta nella storia della città, a Palermo siamo riusciti ad aprire una

significativa crepa nel muro di omertà degli imprenditori.

Noi non facciamo “antimafia” con i convegni: noi lavoriamo per convincere gli

imprenditori a denunciare, li accompagniamo e li assistiamo in tutte le fasi del

procedimento penale, li seguiamo per anni per verificare il livello di sicurezza.

Questo nostro modo concreto di operare ha prodotto negli ultimi anni risultati

eccezionali a Napoli con un forte incremento delle denuncie (ved. “Corriere della

Sera” del 12.12.07), a Gela con oltre ottanta denuncie di commercianti fatte

 

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attraverso la locale associazione, a Palermo con l’attività di “Libero Futuro” e in tante

altre realtà, piccole o meno piccole. Numeri, non parole.

 

Agli attacchi sono abituato. Non giungono mai a caso, sempre motivati da particolari

contingenze. Ad esempio ricordo gli attacchi subiti quando decisi di candidarmi come

indipendente nelle liste del PDS nel 1992, una scelta necessaria, come si è rivelato in

seguito, per far nascere a livello nazionale il movimento antiracket. Altri attacchi li

ho (li abbiamo) subiti nel 1999 quando potevamo far nascere un’associazione a

Palermo (ben otto anni prima) e alla vigilia della mia nomina a Commissario

antiracket.

Certo oggi ci sono scadenze elettorali e altro…

Certo, non li aspettavo dall’Espresso questi nuovi attacchi.

 

Poi, c’è un’altra curiosa coincidenza. Nel 2004 (e ancora nel 2007) ho querelato per

diffamazione una testata giornalistica siciliana su web. Lunedì 18 febbraio, tre giorni

dopo l’articolo dell’Espresso, si tiene finalmente il processo contro il direttore di

quella testata, fra l’altro collaboratore dell’Espresso (santa pazienza per i tempi della

giustizia: l’udienza è stata rinviata). Testata che, con straordinario tempismo, già

giovedì 14 febbraio (il giorno prima della distribuzione del settimanale nelle edicole!)

riportava il testo integrale dell’articolo, con l’ovvio commento dell’indomani:

l’articolo di Riccardo Bocca “ci rende, in un certo senso, giustizia”.

In quasi venti anni di impegno ne ho viste e sentite tante. Qualcuno pensa di potermi

intimidire preventivamente? Non mi conosce. Il problema, forse, è un altro: c’è in

atto una strategia di attacco al movimento antiracket che non esclude, al di là

dell’Espresso, nuove puntate? Qualcuno sta pensando di annientare questa

straordinaria risorsa di coraggio e d’impegno civile?

 

Ah, dimenticavo. Sullo stesso numero dell’Espresso, a pag. 24, a firma R.B. (è lo

stesso autore dell’articolo sull’antimafia?) si promuove un libro scritto da due

persone, di cui una è l’imputato per diffamazione.

 

Un’ultima considerazione, questa del tutto personale. Mario Ceraolo è un mio amico.

Lo stimo, lo apprezzo, gli voglio bene. Sul processo di Catania ho qualche mia

modestissima idea: in questi anni sono sempre stato attento a non esprimere mai

alcun giudizio su quel procedimento. Il mio senso delle istituzioni mi impedisce di

esprimere apprezzamenti. Se come si è insinuato a proposito della fotografia potevo

intimidire un mafioso pentito, a maggior ragione non voglio in alcun modo dire una

parola che possa anche in piccolissima misura influenzare i giudici. Credo

nell’assoluta indipendenza dell’autorità giudiziaria e a questo principio voglio restare

sempre fedele. I magistrati decidano secondo legge e secondo coscienza.

Quando vado a incontrare gli studenti nelle scuole racconto sempre come anche nei

momenti più duri non bisogna mai farsi cambiare. Sarebbe paradossale che,

esponendosi contro la mafia, ci si ritrovi di conseguenza a trasformare i propri valori

e le proprie emozioni verso la vendetta o una giustizia sommaria. No, non in questo

 

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io credo. E anche stavolta farò di tutto per non farmi trasformare da questa gravissima

diffamazione dell’Espresso.

 

Ceraolo è mio amico oggi, oggi più di ieri. L’amicizia è cosa sacra e si misura

quando l’amico è in difficoltà. Qualcuno vuole che rompa questa amicizia? Sarà

deluso, confortato io dal mio senso delle istituzioni e della libertà.

 

Per questa libertà, mia e di tanti imprenditori che ho convinto a denunciare, che ho

accompagnato nei processi, ho seguito nei loro tanti problemi, per questa libertà

dall’agosto del 1991, ininterrottamente vivo scortato. Non ho mai parlato

pubblicamente dei rischi che corro per aver promosso associazioni in ogni parte del

Paese. Quando c’è un problema ne parlo solo con le autorità. Certo una diffamazione

da parte di un settimanale così prestigioso indebolisce e rischia di delegittimare. Non

sono preoccupato per me. Ho paura per i tanti miei colleghi che quotidianamente si

espongono. Per questo il mio cellulare è sempre acceso. Avrebbe potuto chiamarmi

anche il giornalista dell’Espresso, ma non lo ha fatto.

 

Tano Grasso

 

Napoli, 21 febbraio 2008.